Volendo rendere un personale omaggio a Maria Callas ho riascoltato la straordinaria Armida del Maggio rossiniano 1952.
La registrazione, purtroppo, ha un suono molto precario. La fonte è sempre la stessa: un appassionato che captò con mezzi dell’epoca la trasmissione radiofonica.
Comunque un’idea della portata storica di quella serata la si ha ugualmente. Confrontato con quello degli altri interpreti, tutti peraltro valorosi e apprezzabili, il canto della Callas sembra provenire da un altro pianeta.
Fedele D’Amico rimase sconvolto e scrisse alcune fra le più belle osservazioni che si possano leggere sull’arte della cantante greca: “Se c’era bisogno di miracoli, un miracolo almeno ci fu, e fu la Callas. Incurante del rischio di qualche intonazione non esattissima o di qualche asprezza di timbro, la Callas scagliò su e giù per tutta la sera le sue volatine, ora furibonde, ora tenere, senza lasciare inerte una sola nota; e senza scordarsi di mettere insieme (col suo fisico, e il costume, e la recitazione, e il trucco) una indimenticabile apparizione di bellezza torpida e ribelle, violenta e ambigua. Con tanti doverosi complimenti a tutti, al talento strepitoso di quest’artista dobbiamo quel tanto di autentico e di immediato che ci fu in questo tentativo di rievocare ciò che dovettero essere, ai loro tempi, l’Armida di Rossini e il glorioso crepuscolo del belcanto italiano”.
D’Amico coglie, con la consueta, magistrale sintesi, due caratteristiche storiche di Maria Callas: le capacità di vivificare ogni nota con un fraseggio drammatico straordinario e di restituire i personaggi non soltanto attraverso il canto ma nella loro completezza, grazie ad presenza scenica curata in ogni particolare.
Vi segnalo un bel cd, Maria Callas a Firenze, della Fono Enterprise. Contiene anche il rondò “D’amore al dolce impero” dall’Armida. Ascoltando l’uragano di applausi che ne accoglie la conclusione, ci rendiamo conto che il miracolo a cui accennava D’Amico si era compiuto.