Si conclude con una vittoria ai punti della capitale l'appassionante match di Sant'Ambrogio tra l'Opera di Roma e la Scala di Milano. L'Otello romano si avvantaggia della direzione di Riccardo Muti, come sempre abilissimo nell'individuare i contorni stilistici della partitura, nel delineare le varie situazioni drammatiche e, soprattutto, nell'assicurare un ritmo teatrale incandescente all'esecuzione. Orchestra e Coro dell'Opera raggiungono un livello superiore al loro abituale standard. Purtroppo nessuno dei protagonisti - Aleksandrs Antonenko, Otello, Marina Poplavskya, Desdemona, e Giovanni Meoni, Jago - riesce a rendere piena giustizia alla sua parte, chi per evidenti limiti tecnici, come il tenore e il soprano, chi per carenza di spessore ed accento, il baritono. Nel Don Carlo meneghino, viceversa, troviamo alcuni interpreti efficaci come il sempre autorevole Ferruccio Furlanetto, Filippo II, la grintosa Dolora Zajick, Eboli, la delicata Fiorenza Cedolins, un'Elisabetta di Valois fragile ma capace di suscitare emozione soprattutto nella grande aria del quarto atto "Tu che le vanità". Non al livello che si auspicherebbe da un teatro d'eccellenza nazionale Stuart Neill, Don Carlo, Dalibor Janis, Rodrigo, e Anatolij Kotscherga, un Grande Inquisitore in perenne crisi d'intonazione. A colare a picco la serata è la direzione plumbea, pesante, senza teatralità di Daniele Gatti, accolto da sonori dissensi ai suoi ritorni sul podio e all'uscita finale in palcoscenico. Orchestra e Coro della Scala sono ben lontani quanto a colore del suono e precisione d'esecuzione da non molti anni fa.
ps: queste impressioni sono originate dall'ascolto delle dirette radiofoniche e quindi possono essere totalmente sbagliate.