Giovanni Vitali è nato e vive a Firenze. Giornalista pubblicista dal 1987, studioso della storia del melodramma e della vocalità , ha pubblicato monografie su Alfredo Kraus e Mario Filippeschi. I suoi ultimi libri sono "Tanti Affetti", pubblicato da LoGisma Editore, dedicato alla lirica a Firenze tra il '700 e il '900, e una storia del Teatro Pagliano-Verdi di Firenze, edita da Giunti, scritta insieme a Luca Scarlini. Collabora con RAI Radio3 e Rete Toscana Classica, scrive sulla rivista MUSICA.
Dal 1999 lavora al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino dove attualmente è responsabile della comunicazione istituzionale. È docente al Corso di Laurea Pro.Ge.A.S. di Prato e all'Accademia Maggio Fiorentino Formazione. Il 21 ottobre 2005 apre questo blog, al quale affida pensieri e perfidie come a un diario personale.
Una storia del Teatro Verdi, uno dei più antichi teatri fiorentini, fondato nel 1854 e da quell'anno protagonista ininterrotto di eventi importanti dello spettacolo italiano. Il libro si articola in quattro parti: gli anni delle Antiche e Nuove Stinche (1300-1850); la fondazione del Teatro e la grande stagione del melodramma (da Verdi a Puccini); dal primo dopoguerra agli ultimi decenni del secolo scorso; il Teatro Verdi oggi. All'interno del libro, nel corso di tutte le parti, una serie di doppie pagine, affronta sul piano generale i temi storici e culturali dei quali il Verdi è stato protagonista, portando cosi l'interesse del volume al livello più ampio di storia e di storia dello spettacolo: si parla dell'Unità d'Italia e Firenze capitale, del Ballo Excelsior, dell'avvento del cinema, del Futurismo, della propaganda fascista, di Hitler a Firenze, della Liberazione, fino alla catastrofe dell'Alluvione. Non è quindi solo la storia di un Teatro, ma è un teatro nella Storia.
Rientro in una Firenze assolata e deserta ma per fortuna non caldissima.
Viaggio un po' travagliato: un tempo infinito per percorrere il tratto Pesaro-Riccione, ritardo, coincidenza a Bologna perduta, cambio prenotazione in una biglietteria piena di gente. Morale: arrivo un'ora e mezzo dopo il previsto. No comment.
Un gioco che propongo ogni anno.
Cosa ricordare del ROF 2008?
Tutto sommato diverse cose, segno che è stato un buon Festival.
I bei recitals di Juan Diego Flórez, Lawrence Brownlee e Joyce DiDonato. In Ermione: le ottime prove vocali di Sonia Ganassi, Marianna Pizzolato e Antonino Siragusa, la vibrante direzione di Roberto Abbado; nell'Equivoco stravagante: il Gamberotto di Bruno De Simone; nel Maometto II: le interpretazioni di Daniela Barcellona, Francesco Meli e Michele Pertusi. Ancora: il "Fac ut portem" cantato dalla Barcellona nello Stabat Mater. La bella conferenza di Emilio Sala sul Maometto; il DVD curato da Alberto Pancrazi che il ROF ha realizzato in memoria di Lucia Valentini Terrani, alla cui presentazione ho iniziato a commuovermi sui titoli di testa e ho finito su quelli di coda.
Come scrivo sempre: di ciò che non merita ricordo, mi sono già dimenticato.
Da conservare nella memoria l'affetto di tanti amici con i quali ho trascorso momenti piacevolissimi.
Li abbraccio tutti e li ringrazio, dedicando loro questo "Addio" rossiniano interpretato dalla grande Marylin Horne.
Siamo quasi arrivati a fine vacanza.
Ultime incontri con gli amici pesaresi.
Le colleghe Rita e Simona, che ammettono di passare di qua ogni tanto, sono pregate di lasciare un segno, per dimostrare di non essere completamente in letargo durante l'inverno.
Per riconciliarmi sono tornato a visitare Casa Rossini.
Una bella collezione di stampe e cimeli.
C'erano turisti che non sapevano nulla del Pesarese.
Una signora è entrata e ha chiesto al marito: "Chi è? Quello che ha scritto il Guglielmo Tell?".
Se non altro c'ha azzeccato.
Mai come in questi giorni di Ferragosto ho avuto la sensazione di una Pesaro in profonda decadenza, nella vana rincorsa alle mete del turismo balneare di massa come le vicine Rimini o Riccione.
Basta passeggiare sul lungomare dopocena per provare nostalgia per qualche anno fa.
Quando, ad esempio, ci si accorgeva ogni sera che c’era il ROF.
Adesso, con lo sciagurato spostamento degli allestimenti all’Adriatic Arena, il Festival è completamente assente dalla città, se non nei pomeriggi e nelle serate in cui ci sono spettacoli al Rossini.
Quel mescolarsi del pubblico in abito da sera che si reca a teatro con i vacanzieri che rientrano dalle spiagge sempre citato dal Sovrintendente Gianfranco Mariotti come una delle caratteristiche simpatiche del ROF è più un ricordo che una realtà.
Come lo sono le cene dopoteatro dove si tirava tardi a commentare quanto appena visto e ascoltato.
Oggi, una volta sbarcati dalle navette, ad accoglierti ci sono ristoranti semivuoti, la cui unica preoccupazione è di sfamarti velocemente per chiudere prima possibile.
E l'atmosfera del Festival dov'è?
Perduta.
Rimangono solo le parole degli assessori che, in conferenza stampa, avevano promesso una città coinvolta dal Festival.
Appunto: parole e promesse.