Moby Dick al Teatro della Pergola.
Con Giorgio Albertazzi, il Capitano Achab, e la regia di Antonio Latella.
Certamente uno spettacolo lungo (due ore e venti, senza intervallo), difficile, ma affascinante.
Me l’aspettavo.
L’ossessione della balena bianca, l’attesa dell’incontro-scontro finale, gli interrogativi esistenziali del Capitano e del suo equipaggio non possono essere sviluppati da una drammaturgia teatrale banalmente narrativa.
Formidabile Albertazzi.
Recita con il microfono ma questo non toglie nulla al suo eccezionale carisma.
Peccato che oggi, in teatro, il pubblico abbia un comportamento indecente.
C’è chi tossisce, chi chiacchiera, chi sbadiglia.
Un sottofondo continuo.
Diversi non riescono più a vedere uno spettacolo che dura più di un’ora.
A metà si alzano, si mettono il cappotto e se ne vanno.
Primo: sono dei maleducati nei confronti degli altri spettatori e degli attori che stanno lavorando.
Secondo: il cappotto, almeno, potrebbero indossarlo nel foyer.
Poi ci sono le ragazzine che alle undici devono scappare in discoteca.
Salutano una ad una tutte le amiche, promettono sms notturni informativi sugli auspicati imbrocchi e poi – finalmente – si levano di torno: diciamo così, tanto per non essere volgari.
Tutto questo rituale quando si compie?
Ovviamente mentre Albertazzi sta recitando il monologo finale, al proscenio, stavolta affidandosi alla sua voce naturale.
Shakespeare, Amleto, “Essere o non essere”.
Ecco, appunto: tutta gente che “non è”.