Il grande successo che ha salutato la prima mondiale dell'Antigone di Ivan Fedele, ieri sera, al Comunale di Firenze, inaugurazione del 70° Maggio Musicale, mi ha confortato sul futuro dell'opera.
Fedele, infatti, non si è sottratto al suo compito ed ha scritto una "vera" opera lirica, come non ne ascoltavo da tempo. Anzi, direi un'opera lirica "all'antica", pur usando un linguaggio musicale assolutamente contemporaneo.
Si è posto il problema del canto, lo ha affrontato e risolto con grande abilità, senza far ricorso all'ormai abusato Sprechgesang. Anche le forme rimandano alla tradizione dell'opera italiana: monologhi, duetti, inserti corali - quest'ultimi senz'altro tra le pagine più riuscite della partitura.
L'indovino Tiresia è un controtenore, canta toccando gli estremi della tessitura e la sua parola è deformata dal computer. È una bella intuizione drammaturgica: gli Dei non possono esprimersi con la naturalezza degli uomini, il loro vaticinio è talvolta oscuro, misterioso.
Ammiro molto Mario Martone perchè è un regista che non fa ricorso a inutili e fuorvianti sovrastrutture. Il suo teatro è comprensibile, logico, netto, a cominciare dalle definizione degli spazi: Tebe, la reggia, le sette porte della città, il campo di battaglia dove giace il cadavere di Polinice, la grotta in cui viene richiusa a morire Antigone. Determinanti risultano la gabbia-grata concepita da Sergio Tramonti e le luci di Pasquale Mari.
Uno spettacolo classico che non rinuncia, pur senza enfatizzarli, ai riferimenti con un'attualità "scomoda".